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Alcara Li Fusi, sarà presentato il 01 Agosto l’ultimo libro di Fabrizio Passalacqua.


ALCARA LI FUSI – Sarà presentato il 01 Agosto alle ore 18.00 presso il Salone San Giovanni l’ultimo libro di Fabrizio Passalacqua: “La Festa del Muzzuni ad Alcara Li Fusi – Analisi e progetti”. Il testo si pone l’obbiettivo d’indagare su l’antica festa pagana del Muzzuni, presente in tutto il territorio siciliano oltre 2000 anni fa, e che per una ragione o per un’altra è riuscita a sopravvivere oggi solo nella cittadina di Alcara.

il Dott. Fabrizio Passalacqua, storico, propone uno studio inedito e perspicace che rinquadra il Muzzuni come espressione peculiare della storia e della cultura della sua comunità d’origine.

Prenderanno parte ai lavori il Sindaco Ettore Dottore, il Dott. Nicola Vaneria (sindaco uscente) , il dott. Mario Bolognari (Direttore del Dipartimento di civiltà antiche e moderne dell’università di Messina) e il Dott. Mario Sarica (Esperto di musica popolare) , presente anche per la casa editrice Pungitopo il dott. Lucio Falcone.

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Alcara Li Fusi, pubblicata l’opera postuma di Mons. Gaetano de Maria


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E’ stato presentato presso la ritrovata chiesa di Santa Elia, l’ultimo lavoro letterario e di ricerca storica di Mons . Gaetano De Maria, Storia illustrata di Alcara e del Circondario . Il libro è stato edito postumo dalla tipografia Open di Messina, composto di quasi cento pagine può essere considerato il testamento di Don Gaetano, il compendio delle sue lunghe ed accurate ricerche. un ‘opera, come lui stesso scrive destinata ai posteri, alle giovani generazioni,  alle amministrazioni locali perché governino con saggezza e custodiscano le perle artistico-storiche del territorio. infine, l’ultimo ammonimento: “si auspica che le nuove generazioni amino leggere l’archivio di pietra, l’alta catena di  queste aspre e variegate rocce.  Patti, 16 ottobre 2014”.

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ALCARA LI FUSI, Confuso tra i fedeli


ALCARA – Confuso tra i fedeli era la sera del 18 agosto e…

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Tutto è cominciato da una chiacchierata con il mio amico Nino , che mi racconta che tutto ebbe inizio nel lontano 1652 con Placido Merlino, alcarese, che ha lasciato un poema composto da otto canti per un totale di 318 ottave in versi dialettali, da qui come detto, ha avuto inizio la tradizione del “panegirico” in vernacolo per perpetuarsi fino ai giorni nostri e che si celebra ad Alcara – anno dopo anno – la sera del 18 agosto.

Prima di “dire” e “raccontare” della mia esperienza vissuta nella cittadina nebroidea situata alle pendici del massiccio del Crasto   la sera del 18 agosto, quando – confuso tra la folla di fedeli – ho partecipato al “Panegirico di S. Nicolò”, voglio qui di seguito, riportare una delle 318 ottave scritte dal Merlino (forse la prima) da dove ebbe inizio, come detto, il “panegirico” dedicato a S. Nicolò Politi: <<Dirò, ch’intra un disertu si rinchiusi, // pi’ fùiri lu munnu e li so’ ruini, // dirò li penitenzi rigurusi, // ch’adupirau contru li carnali spini, // e dirò di battagli spavintusi, //chi fici cu’ l’Infernu e alla fini // comu ristannu sempri vincturi, // fu fattu di l’Arcara Prutitturi>>.

Puntuale alle 21,30 ha avuto inizio il corteo. A salire quest’anno sulla macchina scoperta, munita di altoparlante e microfono, è il giovane  poeta locale  Sandro  Galati che, dopo la presentazione da parte del Presidente del Comitato per i  festeggiamenti Angelo Rolando, dà  l’abbrivio allo straordinario “momento” del tanto atteso panegirico che si snoda a soste obbligate lungo i quartieri storici della cittadina. La lirica di Sandro  Galati (libera interpretazione personale rigorosamente in vernacolo),  è di una straordinaria semplicità e senza alcuna ampollosità di maniera, capace – in alcune ottave – di infondere tra i fedeli (perché di fedeli si deve parlare) un profondo senso di commozione che, senza ritegno alcuno, traspariva dai loro volti. Una poetica, insomma, bella a sentirsi e di facile comprensione, non stancante anzi stimolante la fantasia per la successiva strofa. Gli stacchetti musicali poi, tra un’ottava e l’altra, oltre a rendere solenne il Panegirico, non interrompevano l’emozione. Inoltre il trasferimento da un quartiere all’altro, veniva indicato ai presenti dal Poeta, con puntuali rime.

Giunto davanti la “Casa di S. Nicolò” il corteo si ferma e, dopo la lettura dell’ennesima ottava, il “vate” passa a “dire” dei componenti del Comitato pro-tempore per i festeggiamenti e, chiamandoli per nome e cognome, con libera poetica  racconta  di loro pregi e difetti ma – viene sottolineato con forza – che, questi uomini (quale che sia la loro estrazione sociale) una volta investiti dell’ambita carica all’interno del benemerito sodalizio nicolino, per l’intera legislatura svolgono il loro compito con scrupolo quasi maniacale.

Ripreso il cammino il corteo concluderà il suo pellegrinaggio in Chiesa Madre e qui, il poeta, dopo aver concluso la lunga teoria delle ottave con la descrizione della morte di Nicolò Politi (poi dichiarato santo da papa Giulio II), passa ad elencare con puntigliosa puntualità, i miracoli compiuti o attribuiti al Santo taumaturgo. Quindi, le successive  cerimonie di rito, concludono il “Panegirico” cui seguono i calorosi applausi di consenso smisurato dei fedeli. Esco dalla chiesa, monto sulla macchina per  far ritorno a S. Agata Militello città dove risiedo da oltre dieci anni, nell’orecchio – costantemente – un grido, quello dei portatori del fercolo del Santo:  <<…e chiamamulu di nomu paisanu, viva, viva a Diu e Santa Nicola>>   e, questa la risposta dei fedeli,  <<Quantu è bedda ‘sta parola>>.

NINO VICARIO

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Alcara Li fusi, aperta la Porta Santa della Misericordia al Rogato


Una giornata giubilare alla presenza del Vescovo di Patti, Mons Ignazio Zambito, ed organizzata dalla Parrocchia Maria SS. Assunta di Alcara Li Fusi, si è svolta nel pomeriggio di oggi 09 luglio, presso l’antico monastero di Santa Maria del Rogato in Alcara.  una cerimonia, che s’inserisce pienamente nell’anno giubilare della Misericordia, indetto da Papa Francesco, come ha sottolineato mons. Ignazio Zambito, e che ha visto la partecipazione di numerosi fedeli e cittadini alcarese e dell’interland nebroideo.

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Un momento in cui ritrovare se stessi, aiutati da un panorama naturale mozzafiato, aiutati dal concerto conclusivo, organizzato dalla locale corale Vincenzo Gallo, sul grande dono della Misericordia, ed aiutati soprattutto dalle parole del Vescovo Zambito.

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" Quanto più sei grande, tanto più umiliati, così troverai grazie davanti al Signore. Se siamo umili, Dio non ci abbandonerà mai. Egli abbatte l'alterigia del superbo, ma soccorre gli umili. Egli libera l'innocente; questi sarà liberato per la purezza delle sue mani. L'infinita misericordia del Signore non tarda a venire in soccorso di chi lo invoca umilmente. E allora opera da par suo: come Dio onnipotente. Malgrado vi siano molti pericoli, benché l'anima si senta perseguitata, benché sia insidiata da ogni parte dai nemici della sua salvezza, non perirà. E ciò non è cosa d'altri tempi: avviene anche ora. "Amici di Dio, 104

Alcara Li Fusi, SUD ANTICO


Sabato 04 Giugno 2016 alle ore 10.30 presso l’aula del Museo d’Arte Sacra ad Alcara Li Fusi sarà presentato il libro “Sud Antico ” di Emanuele Lelli.
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In quanti modi si può ‘leggere’ – e raccontare – il mondo antico? Emanuele Lelli, da alcuni anni, propone di indagare i testi (e non solo) delle civiltà greca e romana con uno ‘sguardo folklorico’ attento a quei tratti popolari dei quali anche i più idealizzati ‘classici’ sono permeati. Per metterli in luce, e interpretarli, è partito dall’ipotesi per cui la forza della tradizione culturale, di generazione in generazione, avesse potuto conservarli, almeno nella memoria, in comunità agropastorali di antichissime origini greco-romane, quali ancora oggi si presentano numerosi centri del nostro Meridione. Un’ipotesi che andava verificata sul ‘campo’. Coniugando filologia classica ed etnologia, attraverso numerosi campi in tutte le regioni meridionali, in decine e decine di interviste, il diario di questa appassionata ricerca scientifica rivelerà, pagina dopo pagina, che la memoria degli anziani contadini dell’Aspromonte o dei pastori abruzzesi, degli allevatori salentini o dei caprai dei Nebrodi, ha conservato in modo sorprendente credenze, superstizioni, gesti quotidiani, rimedi terapeutici, motivi di canto, proverbi ed espressioni idiomatiche che derivano, per ininterrotta tradizione orale, dal mondo antico. Un viaggio della memoria, dunque, in una duplice direzione: dall’oggi al passato, dagli antichi a noi.

Alcara Li Fusi 50 anni nel nome di Santa Rita


Sabato 28 Maggio 2016, con la Messa Vespertina delle ore 18.00, presieduta dall’Arciprete Don Guido Passalacqua e da Padre Enzo Vitanza, si sono concluse le manifestazioni per la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della fondazione della confraternita laica femminile di Santa Rita in Alcara Li Fusi.  Fondata da solo otto donne nel 1966 e che oggi vanta la bellezza di  più di 250 consorelle laiche, atte al mutuo soccorso e all’evangelizzazione.

Durante la celebrazione la confraternita guidata dalla superiora pro tempore ha accolto cinque nuove consorelle che hanno ricevuto lo scapolare. Alla fine della liturgia la priora reggente ha ringraziato la comunità, ed a seguire la testimonianza della veterana della congregazione, la consorella Maenza, che ha ripercorso le principali vicende storiche , etiche ed umane di questa communio. In ultimo l’intervento del vice Sindaco Dott. Fabio Zaiti che a non ha potuto non sottolineare l’importanza etno-culturale che la congrega riveste nell’ambito socio politico.

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La cittadina ha ospitato per circa una settimana delle reliquie della Santa degli Impossibili, a conclusione della liturgia eucaristica ha avuto luogo la processione per le vie del paese del simulacro di Santa Rita.

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Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n’è uno in particolare che riguarda santa Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di s. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fa’ di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di santa Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
Santa Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Secondo la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso: si narra che una notte, Rita, come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al di sopra del villaggio di Roccaporena) e che qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori sopra citati, i quali la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero; era l’anno 1407. Quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita avvenne un altro prodigio: essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente la quale, nel congedarsi, le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena; Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto; la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile. Ma Rita insistè. Tornata a Roccaporena, la parente si recò nell’orticello e, in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata. Stupita, la colse e la portò da Rita a Cascia la quale, ringraziando, la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 (o 1457, come viene spesso ritenuto) Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì: sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di santa Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di santa Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di santa Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.

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Foto: Calcò C.   Fonti : Santiebeati

 

ALCARA LI FUSI apre agosto in “Outdoor Music Day”


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Il Corpo Bandistico Municipale di Alcara li Fusi “G. Verdi” è lieto di invitare tutti gli amanti della natura e della musica ad un evento unico e magico che si svolgerà sabato 1 Agosto 2015 alle ore 16.30 sui Nebrodi, nel piano di Portella Scafi, lungo la Dorsale dei Nebrodi.

In questa giornata all’insegna della sostenibilità, nell’ambito delle iniziative legate al mondo del trekking, il pianoro di P.lla Scafi e il bosco circostante faranno da cornice ad un suggestivo Concerto di Musica Sinfonica, con dei brani intensi e vivaci, selezionati appositamente dal direttore della banda alcarese, il maestro Michele Saccone, per un ascolto all’aria aperta, in piena armonia con l’ambiente circostante, per far vivere emozioni e sensazioni pure ed ancestrali.

L’idea che ispira la nostra partecipazione alla manifestazione “Outdoor Music Day”, patrocinata dall’Amministrazione Comunale di Alcara li Fusi e organizzata all’interno del “NEBRODI OUTDOOR FEST 2015”, è quella di vivere la Musica come linguaggio universale e la Montagna come spazio di libertà, per riavvicinare l’uomo alle proprie origini, alla ricerca delle radici più autentiche, tra rocce, prati, boschi, correnti d’acqua e cielo, alla presenza della ricca e variegata fauna nebroidea. 

Attorno al grande prato si potrà sostare tranquillamente e verranno allestiti degli stand tematici con i migliori prodotti tipici per vivere questo grande pic-nic ascoltando la musica bandistica più adatta a questa giornata di festa.

Per chi vorrà arrivare a piedi dalle Case di Mangalaviti, dovrà contattare l’esperta guida trekking, sig. Attilio Caldarera (349.7362863).

Ringraziamo per averci gentilmente invitato ad allietare questa splendida manifestazione:
il sig. Attilio Caldarera, esperta guida AIGAE, per averne gestito e coordinato l’organizzazione;
– l’amministrazione comunale di Alcara li Fusi, in particolare il sindaco e l’assessorato allo sport, turismo e spettacolo, per aver patrocinato l’evento.     Vi aspettiamo con entusiasmo ed armonia!!!

Articolo scritto da: Antonina Vaneria. Locandina realizzata da: Gabriella Costanzo