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Militello Rosmarino, un nuovo vino ricorderà il gemellaggio con Eymet (Francia), Grumello (BG), e Grotte (AG)


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Si è svolta a Militello Rosmarino la prima parte deI raduno dei Militellesi in Lombardia e nel nord Italia organizzato dalla Associazione culturale “Amici di Militello Rosmarino “Filippo Piscitello”, arrivato alla sua 20^ edizione. In tale occasione si è svolta la sigla del patto d’amicizia tra i comuni e le comunità gemellate di Grumello del Monte (BG) e Militello Rosmarino (ME) e delle loro rispettive gemellate Eymet (Francia – Dordogna) e Grotte (AG)”. Il patto è proposto insieme alla Federazione Lombardia dell’AICCRE (Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa) cui sono iscritti i comuni di Grumello del Monte e Militello Rosmarino e dalla F.A.Si. (Federazione delle Associazioni Siciliane in Lombardia) cui è iscritta la associazione organizzatrice. Scopo del patto è stato di far incontrare le rispettive città gemellate dei due comuni (Eymet gemellata con Grumello del Monte e Grotte con Militello Rosmarino) promuovendo un patto che nei fatti unisce in un unico gemellaggio i 4 comuni e le 4 comunità. All’evento presenti delegazioni guidate dai Sindaci dei 3 comuni, Nicoletta Noris (Grumello), Jerome Betaille (Eymet), Calogero Lo Re (Militello Rosmarino). La delegazione di Grotte, non presente per sopraggiunti impedimenti, ha siglato il giorno prima il patto d’amicizia. Considerato che i comuni di Grumello del Monte, Eymet e Grotte sono “Città del vino”, in particolare rosso (detto nero) e che il Comune di Militello Rosmarino è centro di produzione d’eccellenza del cosiddetto “nero dei nebrodi” (suino nero autoctono), il patto tra le 4 comunità è diventato anche occasione per un convegno patrocinato dall’Ente Parco dei Nebrodi, il Consiglio regionale della Lombardia, AICCRE Lombardia e la F.A:Si., per la valorizzazione delle tipicità agroalimentari delle 4 comunità (il vino e il suino) quale impegno per lo sviluppo e la crescita dei rispettivi territori. Infatti ogni comunità ospite è stata accompagnata da una delle aziende leader locali vinicole mentre per la comunità ospitante è stata rappresentata da uno degli sponsor della kermesse, l’azienda locale fornitrice dei suini neri anche per noti prosciuttifici nazionali: Di Stefano. Alla tavola rotonda, partecipatissima, presieduta dal Presidente provinciale dell’ordine dei dottori agrari e forestali, Felice Genovese ed introdotto dall’agronomo militellese Salvatore Riotta, ha partecipato anche il Sindaco di Alcara Li Fusi nonché agronomo Nicola Vaneria. Tra le autorità presenti alla iniziativa ha portato il saluto delle Istituzioni parlamentari il Senatore Bruno Mancuso. A corredo dell’iniziativa si sono svolte escursioni guidate nel centro storico del borgo di Militello Rosmarino e nel Parco dei Nebrodi, degustazioni gratuite ed aperte a tutti i visitatori di prodotti tipici locali e delle comunità ospiti, animazioni musicali da parte delle associazioni locali, folcloristiche “Gruppo Folk Valsemone” e “La Scocca”. Inoltre a simbolo del patto tra le 4 comunità che si uniscono in un’unica realtà, a ricordo e suffragio della recente scomparsa prematura dell’ultimo Presidente, Biagio Lo Castro, grande fautore del gemellaggio tra la comunità di origine (Militello Rosmarino) e quella di adozione (Grumello del Monte) dove ha vissuto ed è stato animatore civico per oltre 40 anni insieme al suo predecessore Filippo Piscitello, sono state piantumate presso la sua abitazione una vite proveniente da ognuna delle comunità presenti cosí da realizzare una “pergola dell’amicizia”, dai cui singoli frutti, mescolandosi, sarà ricavato nei prossimi anni, simbolicamente, il vino “dell’unità in amicizia e fraternità delle 4 comunità”. A ricordo della cerimonia è stata posata una targa ricordo. I festeggiamenti per il gemellaggio “allargato” si sono protratti sino a tarda notte con canti e balli tradizionali a cura delle associazioni locali che hanno coadiuvato gli organizzatori alla riuscita della iniziativa. Un plauso per l’impegno profuso e finalizzato alla riuscita dell’evento, a tutti i componenti dell’associazione “Amici di Militello Rosmarino Filippo Piscitello” e a Nicola Lombardo suo stretto collaboratore, che senza alcun sostegno di carattere economico dal comune ospitante l’evento, riesce a promuovere, in collaborazione con le altre associazioni locali, le eccellenze di questa meravigliosa terra.

GIUSEPPE TOMASI MORGANO

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ALCARA LI FUSI, Confuso tra i fedeli


ALCARA – Confuso tra i fedeli era la sera del 18 agosto e…

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Tutto è cominciato da una chiacchierata con il mio amico Nino , che mi racconta che tutto ebbe inizio nel lontano 1652 con Placido Merlino, alcarese, che ha lasciato un poema composto da otto canti per un totale di 318 ottave in versi dialettali, da qui come detto, ha avuto inizio la tradizione del “panegirico” in vernacolo per perpetuarsi fino ai giorni nostri e che si celebra ad Alcara – anno dopo anno – la sera del 18 agosto.

Prima di “dire” e “raccontare” della mia esperienza vissuta nella cittadina nebroidea situata alle pendici del massiccio del Crasto   la sera del 18 agosto, quando – confuso tra la folla di fedeli – ho partecipato al “Panegirico di S. Nicolò”, voglio qui di seguito, riportare una delle 318 ottave scritte dal Merlino (forse la prima) da dove ebbe inizio, come detto, il “panegirico” dedicato a S. Nicolò Politi: <<Dirò, ch’intra un disertu si rinchiusi, // pi’ fùiri lu munnu e li so’ ruini, // dirò li penitenzi rigurusi, // ch’adupirau contru li carnali spini, // e dirò di battagli spavintusi, //chi fici cu’ l’Infernu e alla fini // comu ristannu sempri vincturi, // fu fattu di l’Arcara Prutitturi>>.

Puntuale alle 21,30 ha avuto inizio il corteo. A salire quest’anno sulla macchina scoperta, munita di altoparlante e microfono, è il giovane  poeta locale  Sandro  Galati che, dopo la presentazione da parte del Presidente del Comitato per i  festeggiamenti Angelo Rolando, dà  l’abbrivio allo straordinario “momento” del tanto atteso panegirico che si snoda a soste obbligate lungo i quartieri storici della cittadina. La lirica di Sandro  Galati (libera interpretazione personale rigorosamente in vernacolo),  è di una straordinaria semplicità e senza alcuna ampollosità di maniera, capace – in alcune ottave – di infondere tra i fedeli (perché di fedeli si deve parlare) un profondo senso di commozione che, senza ritegno alcuno, traspariva dai loro volti. Una poetica, insomma, bella a sentirsi e di facile comprensione, non stancante anzi stimolante la fantasia per la successiva strofa. Gli stacchetti musicali poi, tra un’ottava e l’altra, oltre a rendere solenne il Panegirico, non interrompevano l’emozione. Inoltre il trasferimento da un quartiere all’altro, veniva indicato ai presenti dal Poeta, con puntuali rime.

Giunto davanti la “Casa di S. Nicolò” il corteo si ferma e, dopo la lettura dell’ennesima ottava, il “vate” passa a “dire” dei componenti del Comitato pro-tempore per i festeggiamenti e, chiamandoli per nome e cognome, con libera poetica  racconta  di loro pregi e difetti ma – viene sottolineato con forza – che, questi uomini (quale che sia la loro estrazione sociale) una volta investiti dell’ambita carica all’interno del benemerito sodalizio nicolino, per l’intera legislatura svolgono il loro compito con scrupolo quasi maniacale.

Ripreso il cammino il corteo concluderà il suo pellegrinaggio in Chiesa Madre e qui, il poeta, dopo aver concluso la lunga teoria delle ottave con la descrizione della morte di Nicolò Politi (poi dichiarato santo da papa Giulio II), passa ad elencare con puntigliosa puntualità, i miracoli compiuti o attribuiti al Santo taumaturgo. Quindi, le successive  cerimonie di rito, concludono il “Panegirico” cui seguono i calorosi applausi di consenso smisurato dei fedeli. Esco dalla chiesa, monto sulla macchina per  far ritorno a S. Agata Militello città dove risiedo da oltre dieci anni, nell’orecchio – costantemente – un grido, quello dei portatori del fercolo del Santo:  <<…e chiamamulu di nomu paisanu, viva, viva a Diu e Santa Nicola>>   e, questa la risposta dei fedeli,  <<Quantu è bedda ‘sta parola>>.

NINO VICARIO

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Alcara Li Fusi , fervono i preparativi per “C’ è pizza per TE”


­La Pro Loco Akaret di Alcara Li fusi (ME) or­ganizza per il 15 di lugl­io 2016 una serata pe­r gustare la pizza e ­divertirsi a ritmo di­ musica, “C’è pizza per te”.

“Nata da un ­impasto semplice  ­ a base di farina, ac­qua, sale e lievito, ­la gustosa specialità­, made in Italy, cono­sciuta e apprezzata i­n     ­    ­    ­   ­    ­ogni angolo della ter­ra, sarà la regina in­contrastata della ser­ata”, dichiara il presidente Antonella Saccone.

“L’evento – continua la Saccone – vuole unire ­le famiglie per diver­tirsi e gustare un’ot­tima pizza “alcarase”­ con i sapori tipici ­della tradizione nebr­oidea. .
­    ­    ­    ­Presso lo spiazzale a­ntistante il campo sp­ortivo si p­otranno assaporare va­rietà di pizza prepar­ate da pizzaioli espe­rti.

Le pizze saranno acco­mpagnate da fiumi di ­birra e verranno preparate s­ul luogo della festa grazie al lavoro di a­bili pizzaioli, i qua­li provvederanno alla­ preparazione e alla ­cottura delle medesim­e con l’ausilio di fo­rni.”

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Militello Rosmarino, il Comandante Ten. Franco Marino passa al comune di Acquedolci


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Con delibera di Giunta n 96 del 28 giugno è stato approvato lo schema di convenzione tra il Comune di Acquedolci ed il Comune di Militello Rosmarino che dispone di impiegare il Ten. Marino Francesco, in servizio presso l’ente di Militello Rosmarino categoria D1 quale comandante della Polizia Municipale di Acquedolci. A ,chiedere l’autorizzazione all’impiego in posizione di comando e con pari funzioni a quelle espletate presso l’Ente di appartenenza, è stato il Comune di Acquedolci con la nota n.5305 del 6 maggio 2016. Il Sindaco del Comune di Militello il 26 maggio ha autorizzato l’utilizzo del sig. Marino Francesco per il periodo di tre mesi, salvo proroga, da espletare durante l’orario di servizio per la durata di 18 ore settimanali. A fine maggio il Comune di Acquedolci ha trasmesso lo schema di convenzione per la sua approvazione da parte del Comune di Militello, schema che-si legge- il Comune di Militello ha fatto proprio, dopo alcune modifiche, il 20 giugno.

Il Comandante Marino che ha prestato per lunghi anni servizio presso la Polizia municipale di Militello Rosmarino si dice grato per le funzioni attribuitegli dal comune di Acquedolci ed è pronto a coordinare i due uffici con solerzia, passione e abnegazione.

Il Blog Santagatando che plaude all’iniziativa di convenzione tra i due comuni, auspica che sempre più si rinnovi la collaborazione fattiva tra comuni marini e montani dei Nebrodi , così come ha fatto il comune di Acquedolci.

TORRENOVA – Inaugurata la stele in ricordo del Finanziere Maurizio Gorgone


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Domenica 12 giugno 2016 alle ore 10.00 a Torrenova è stata inaugurata una Stele in ricordo del Fin. Maurizio Gorgone a 25° anni dalla sua morte, avvenuta a Rizziconi il 31 Maggio 1991, durante un servizio di pattugliamento.

Alla cerimonia, organizzata dall’Amministrazione comunale di Torrenova e dall’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia, Sezione di Sant’Agata Militello, erano presenti oltre ad una folta rappresentanza di cittadini tra i quali il M.A. Cav. Carmelo Giuliano, il Sindaco di TorrenovaSalvatore Castrovinci, il vice sindaco Ennio Esposito, il Presidente del Consiglio Massimiliano Corpina, gli Assessori Comunali Salvatore Civello, Salvatore Rubino e una ampia rappresentanza di soci della Sezione A.N.F.I. di Sant’Agata Militello insieme alle loro mogli.

Erano presenti, altresì, il Vice Questore Aggiunto dott. Daniele Manganaro, Dirigente del Commissariato di Sant’Agata Militello, il coordinatore provinciale della FAI Antiracket Giuseppe Foti, il M. A. Filippo Battaglia della Compagnia dei Carabinieri di23 Sant’Agata Militello, il personale della Capitaneria di Porto di Sant’Agata Militello, l’Ispettore Umberto Cafarelli vice comandante della Polizia Municipale di Torrenova; il Ten. Alessio AlvinoComandante della Tenenza della Guardia di Finanza di Sant’Agata Militello, che ha portato il suo personale saluto e quello del Col. Claudio Bolognese Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Messina, il S.Ten. Riccardo Curasi’ Presidente dell’associazione sportiva Atletica Nebrodi, i rappresentanti dell’U.N.U.C.I. capitanati dal Ten. Salvatore Caputo, l’Associazione Nazionale Carabinieri con il presidente Lgt. Stefano Milia e l’Associazione Nazionale Polizia di Stato con il delegato di zona Ispettore Capo Angelo Pirrotta.

La cerimonia si è aperta con la scopertura della targa da parte della signora Valore Rosaria madre del Fin. Maurizio Gorgone; subito dopo c’è stata la benedizione da parte del Sacerdote Padre Nino Culo’.

Dopo aver depositato una corona d’alloro ci sono stati gli interventi del sindaco Salvatore Castrovinci, del presidente dell’Atletica Nebrodi S.Ten. Riccardo Curasì, del Ten. Alessio Alvino e del Presidente dell’A.N.F.I. di Sant’Agata Militello S.Ten. Giuseppe Sturniolo che ha ricordato il Fin. Maurizio Gorgone e i colleghi Brig. Antonio Amore, il Fin. Giuseppe Attanasio ed il Fin. Pierpaolo Gugliandolo, scomparsi in quel tragico incidente stradale.

La cerimonia si è conclusa con l’esecuzione del silenzio a cura del trombettista Guglielmo Inferrera, la Lettura della Preghiera del Finanziere a cura del Vice Presidente della Sezione ANFI Lgt Carmelo Urso e con la deposizione di un omaggio floreale da parte dell’Amministrazione Comunale e dell’associazione sportiva Atletica Nebrodi.

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Alcara Li Fusi 50 anni nel nome di Santa Rita


Sabato 28 Maggio 2016, con la Messa Vespertina delle ore 18.00, presieduta dall’Arciprete Don Guido Passalacqua e da Padre Enzo Vitanza, si sono concluse le manifestazioni per la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della fondazione della confraternita laica femminile di Santa Rita in Alcara Li Fusi.  Fondata da solo otto donne nel 1966 e che oggi vanta la bellezza di  più di 250 consorelle laiche, atte al mutuo soccorso e all’evangelizzazione.

Durante la celebrazione la confraternita guidata dalla superiora pro tempore ha accolto cinque nuove consorelle che hanno ricevuto lo scapolare. Alla fine della liturgia la priora reggente ha ringraziato la comunità, ed a seguire la testimonianza della veterana della congregazione, la consorella Maenza, che ha ripercorso le principali vicende storiche , etiche ed umane di questa communio. In ultimo l’intervento del vice Sindaco Dott. Fabio Zaiti che a non ha potuto non sottolineare l’importanza etno-culturale che la congrega riveste nell’ambito socio politico.

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La cittadina ha ospitato per circa una settimana delle reliquie della Santa degli Impossibili, a conclusione della liturgia eucaristica ha avuto luogo la processione per le vie del paese del simulacro di Santa Rita.

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Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n’è uno in particolare che riguarda santa Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di s. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fa’ di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di santa Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
Santa Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Secondo la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso: si narra che una notte, Rita, come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al di sopra del villaggio di Roccaporena) e che qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori sopra citati, i quali la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero; era l’anno 1407. Quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita avvenne un altro prodigio: essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente la quale, nel congedarsi, le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena; Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto; la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile. Ma Rita insistè. Tornata a Roccaporena, la parente si recò nell’orticello e, in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata. Stupita, la colse e la portò da Rita a Cascia la quale, ringraziando, la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 (o 1457, come viene spesso ritenuto) Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì: sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di santa Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di santa Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di santa Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.

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Foto: Calcò C.   Fonti : Santiebeati

 

SANT’AGATA MILITELLO – Anni Domini 1992-2016: il centro città alle 10,00 si è fermato per rendere omaggio alla “COSCIENZA CIVILE” che sfila in corteo per dire NO con forza a mafia e malaffare


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SANT’AGATA MILITELLO – Anni Domini 1992-2016: il centro città alle 10,00 si è fermato per rendere omaggio alla “COSCIENZA CIVILE” che sfila in corteo per dire NO con forza a mafia e malaffare.

“…in alto le nostre voci, siamo con Peppe Antoci”, sono le voci di un folto gruppo di ragazzi che esponevano lo striscione della F.A.I. la Federazione Antiracket Antimafia Italiana nelle cui file sono confluite l’ACIO di Capo d’Orlando fondata il 7 dicembre 1990 e l’ACIS di S. Agata Militello nata il 7 ottobre 1991 oggi retta da Giuseppe Foti, associazioni a vocazione civile che hanno lo scopo di tutelare gli interessi di commercianti e imprenditori orlandini e santagatesi.

E Peppe Antoci? Lui non tarda a rispondere ai ragazzi e al migliaio di convenuti dal comprensorio e da tutta la Sicilia affermando, senza retorica alcuna: “Non mi ritengo un eroe, ho solo fatto il mio dovereImmagine applicando la legge. La Sicilia non ha bisogno di eroi, ma di atti concreti, di Siciliani che sappiano dire no a mafia e malaffare”.

E Sant’Agata Militello? Oggi ne è lo specchio della “Coscienza Civile” che torna alla ribalta della Piazza per ribadire con forza: “Sono ancora qui, dopo ben 25 anni!” e, giunta in via Roma, davanti la sede del Commissariato di Polizia, muta e composta, ha tributato un commosso grazie al vice questore aggiunto Manganaro e agli agenti di scorta per il loro coraggio e senso del dovere.

Peppe Antoci, che ieri venerdì nella sede del Parco ha ricevuto la visita di solidarietà a nome suo e dello Stato del ministro dell’Interno Alfano che si è detto, tra l’altro, pronto a spedire rinforzi sui Nebrodi e per congratularsi con la sua scorta e con il vice questore Manganaro che, la notte tra mercoledì e giovedì scorsi, a bordo del blindato di servizio della Polizia, transitava lungo la Statale 289 tra Cesarò e S. Fratello sprezzanti del pericolo hanno difeso il Presidente del Parco che era stato “accolto” da un bouches à feu (bocche da fuoco) “offerto” con inaudito cinismo e violenza asassina da quattro oppure sei maschere della morte.

Oggi, la cittadina tirrenica è stata culla e testimonial di un autentico crogiuolo di legalità e solidarietà a quanti – nel buio della notte – la tracotanza della “malapianta” mafiosa aveva tentato vigliaccamente di “spezzarne la schiena”. Era il dott. Giuseppe Antoci la vittima predestinata, colui che aveva osato non solo firmare in Prefettura il “Protocollo Antimafia”, ma aveva “sgarrato” attuandolo e fatto rispettare.

A piazza Crispi – tra gonfaloni di rappresentanza dei Comuni con i rispettivi sindaci (oltre cinquanta), Tano Grasso presidente onorario Fai nazionale; le rappresentanze dei Sindacati confederali, della Fondazione Caponnetto, della Fondazione Pio La

Torre, di Libera, di Legambiente; dalle rappresentanze in armi e in congedo di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forestale, Polizia municipale, Vigili del fuoco, di Volontariato, di libere associazioni “Antimafia”, rappresentanze a vario titolo da tutta la Sicilia, insomma oltre mille presenze che – unitamente ai tanti santagatesi accorsi in massa davanti la sede del Castello Gallego per esprimere con convinto spirito di solidarietà la loro vicinanza civile al dott. Antoci e agli “angeli custodi” della scorta – c’erano anche il Presidente dell’Assemblea regionale Giovanni Ardizzone e il Presidente della Regione Rosario Crocetta, il sindaco dott. Sottile che ha porto il saluto istituzionale, il sen. Mancuso e numerose altre personalità.

E nel mentre, tra gli applausi e i furtivi lucciconi che, d’improvviso, facevano capolino sul volto anonimo (ma non troppo) dei tanti “per la Legalità” mi torna in mente la riflessione di Marco Tullio Giordana a chiusura della sua prefazione al libro di Salvo Vitale “Cento passi ancora” recentemente presentato nella sala dei Principi al Castello Gallego: “E’ bello vedere che nessuno (…) dimenticherà, nessuno di (…) si tirerà indietro. Serve sapere che c’è gente così”.

NINO VICARIO

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